Addio, resilienza!
Diciamolo subito: il mio è un intento decisamente ambizioso.
La speranza è quella di (ri)scoprire un vocabolo capace di divenire un nuovo trend e di limitare l’utilizzo della parola “resilienza”, fino a farla scomparire per sempre dal nostro linguaggio quotidiano.
Il termine non suscita sdegno in sé, intendiamoci. Il discorso è un po’ quello del celeberrimo bauletto di Louis Vuitton (modello “Speedy”, per gli addetti ai lavori), che non nasce come oggettivamente brutto, ma diventa insopportabile alla vista, allorquando comincia a diffondersi così tanto da comparire sull’avambraccio di tutti i malvestiti ineleganti che ostentano griffes all around the world. E la “resilienza” è divenuta vittima dello stesso meccanismo, dal momento in cui ha cominciato ad affiorare sulle bocche e – ahimè – nei tatuaggi di tutti i filosofi dell’ultim’ora.
Le innocue origini trovano conferma nel Vocabolario Treccani, laddove si legge: “resiliènza s. f. [der. di resiliente] 1. Nella tecnologia dei materiali, la resistenza a rottura per sollecitazione dinamica, determinata con apposita prova d’urto: prova di r.; valore di r., il cui inverso è l’indice di fragilità. 2. Nella tecnologia dei filati e dei tessuti, l’attitudine di questi a riprendere, dopo una deformazione, l’aspetto originale. 3. In psicologia, la capacità di reagire di fronte a traumi, difficoltà, ecc.”
Fino ad un certo momento (2014 circa, a quanto ricordi) l’uso del vocabolo era rimasto confinato nello specifico settore scientifico di riferimento, con una timida invasione del campo psicologico, ma pur sempre relegato nelle stanze ben chiuse di qualche terapeuta più moderno.
Ma come combattere l’odierna armata di resilienti, pronta a scomodare la qualità in questione anche quando l’evento più traumatico patito è la guarigione da un lieve raffreddore?
Provo a lanciarmi nella consultazione del dizionario dei sinonimi e dei contrari (una delle mie attività preferite, devo ammetterlo) ma i risultati sono a dir poco deludenti. “Duttile, elastico, assorbente, resistente, infrangibile, invulnerabile”. Tutti molto belli, ok, ma nessuno che rimandi espressamente a quella attitudine a riacquistare la propria forma originaria dopo aver subìto un duro colpo.
Nel resistente, nell’infrangibile e nel vulnerabile si può, certo, rinvenire la capacità di non soccombere, ma manca una parte essenziale della dote in parola, non essendovi traccia né dell’urto deformante né della abilità a recuperare la propria forgia dopo la momentanea alterazione. All’elastico ed al duttile appartiene sì la capacità di non perdere la propria struttura, ma anche qui il richiamo al trauma è troppo labile, tanto che nell’uso comune i vocaboli hanno acquisito il senso di agilità mentale.
Tuttavia non mi do ancora per vinta e provo a tornare alle origini, ripartendo dall’etimologia di “resiliente”. Il Grande Dizionario della Lingua Italiana (Salvatore Battaglia, Utet) mi dice “Voce dotta, lat. Resiliens – entis, part. Pres. Di resilire, rimbalzare, comp. dal pref. re- (che indica movimento contrario) e salire.”
Mi rendo conto, a questo punto, che nel web circola anche la fantasiosa ricostruzione che, partendo dall’etimo latino “resalio”, associa il termine al saltare su una barca – magari capovolta – alla ricerca della salvezza.
La storia della barca non mi convince. Invece, mi accorgo, è quel “rimbalzare” che mi è rimasto in testa. E mi sovviene di quando, nel lontano 1998, ero in vacanza studio in Inghilterra ed i miei compagni di viaggio romani non facevano che ripetere sfacciatamente a tutti “m’arimbarzi” (“mi rimbalzi”, per l’appunto), con un uso riflessivo del verbo che grida all’interlocutore (o all’evento perturbatore, all’occorrenza): “mi sei così indifferente che quando arrivi a toccarmi non mi scalfisci nemmeno perché sono in grado di rimandarti indietro col mio potere rimbalzante!”.
“Et voilà!”, penso soddisfatta. Da oggi in poi non sarò più resiliente ma “rimbalzante”.
Ora non mi resta che convincere il resto del mondo. D’altronde se c’è riuscito quel marmocchio con “petaloso” …
